Gatti e Altro: una nota di Pier Paolo Pasolini

Ecco il miglior poeta della nuova generazione. (A me ormai poco importa che ci sia una nuova generazione; e del resto non ho mai fatto uso di una simile categoria, che mi sembra retorica e di seconda qualità. Ma Dario Bellezza ci terrà, giustamente, alla sua gioventù. Perché non riconoscergliela? Inoltre egli forse, dati i caratteri della sua poesia, non sarà alieno dal ricorrere a categorie collaudate, abitudinarie e un po’ all’antica).

Da dove viene Dario Bellezza? Da un mondo vecchio che egli, accecato dal suo dolore e dalla sua mancanza di libertà, non ha potuto o voluto o osato riconoscere come vecchio. Non ha assunto a stato d’arrivo il dato di fatto che esiste anche una «vecchiaia recente», che una nuova prospettiva schiaccia contro la vecchiaia vecchia e antica. Non parlo soltanto della letteratura. Infatti Dario Bellezza almeno lessicalmente ha preso ben poco dalla letteratura: ha preso dai giornali, dalle riviste letterarie dell’ultimo decen­nio, dai dibattiti, dal linguaggio medio, dai cascami letterari passati a un li­vello inferiore o al parlare comune dei privilegiati, dal dizionario piccolo borghese professionale.

Anche la durata delle sue poesie è casuale, come pezzi di articoli di giornale ritagliati da una forbice che ha il potere di isolarli e sospenderli contro il vuoto di un’infinità atroce.

Del letterato italiano vecchio (e nuovo) Dario Bellezza ha solo il culto del rigore. Rigore applicato al più miserabile e infamante (lui crede) dei lamenti maledetti, ma tuttavia rigore.

Quasi istintivamente e diabolicamente, Dario Bellezza ha capito che, se mai avesse potuto essere compreso e amato dai vili suoi colleghi, ciò sarebbe accaduto in nome del suo rigore. Quindi si è messo a descrivere le forme e gli oggetti delle sue angosce (che ogni buon collega e semplice lettore non può che considerare abominevoli) come se fossero forme e oggetti dell’assoluto; come le bottiglie e i vasi di Morandi. Nessun compromesso, nessuna complicità, nessuna facilitazione, nessuna concessione, nessuna deroga: nemmeno il sollievo di un sottotitolo gradevole, di una nuda citazione.

In panni di benpensante, rigido e quasi calvinista, antiquato come si deve, Dario Bellezza offre la sua merce atroce… Ma in cosa consiste questa atrocità, questa brutteza che io, in una sorta di discorso libero indiretto, vivo attraverso la possibile lettura di un destinatario medio e di un critico di professione? Tale atrocità consiste in una eccessiva coscienza di avere raggiunto la libertà e di viverla. Questo «eccesso» ostentato di coscienza rivela da una parte in Bellezza l’orrore conformista per la propria presunta colpa (per cui egli è il primo piccolo borghese che giudica se stesso), dall’altra scopre in lui una capacità di illudersi che stringe il cuore. Egli in realtà non è libero mai, in nessun momento, per nessuno. È inviluppato nella sua vita privata come in un vestito sporco, chiuso nel suo caso come in uno stambugio dall’aria irrespirabile. Il lettore assiste al suo annaspare (che ha la certezza della vera poesia «antica»), al suo inveire, al suo consentirsi giudizi su di sé che sembrano liberi e sono in realtà autolesionistici, perché in comune con chi non è libero essi hanno ben radicata l’idea di venire esercitati su una materia disonorevole.

Himmler un po’ pretesco di se stesso, Dario Bellezza fa la spia della sua vita mal spesa, brancolando verso il futuro dove non lo attende nulla, se non la ripetizione del suo stato. Ma è questa la vera «carriera» di un poeta. In una società razzista egli dovrà vivere per forza la libertà: ma non la cercherà (intuendo che la libertà non è desiderata dall’uomo, da nessun uomo). Egli, anzi, continuerà a «cercare Padrone», ad «andare verso ubbidienza»: e ne sarà compensato attraverso il riconoscimento della sua poesia dissociata dalla sua realtà.

 

Pier Paolo Pasolini

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