Dario Bellezza: un commento di G. Lucini

Non esiterei a definire “avvenimento letterario” il ritrovamento di questa plaquette di Dario Bellezza, ad opera di Fabrizio Cavallaro, accompagnato da una bellissima nota (e importantissima, trovo, per contestualizzare la poesia di Bellezza) stesa da Enzo Siciliano.  Direi senza esitazione che è un libro importante, da non perdere.

Siamo nel 1968.  Dario Bellezza pubblica queste problematicissime liriche sulla rivista Nuovi Argomenti.  In seguito se ne dimentica (non le inserisce in nessuna pubblicazione in volume) e quando Cavallaro le ritrova per caso e gli chiede cosa farne, egli non sembra preoccuparsene.  In realtà le poesie appartengono a un periodo storico che le segna profondamente, a una parentesi della sua vita molto burrascosa (i rapporti con Moravia ed Elsa Morante soprattutto) che forse egli non ricorda con piacere.  Il 1968 non è infatti l’anno nel quale ogni cosa cambia di colpo, anche se è il punto emblematico di un percorso di cambiamenti culturali, maturati velocemente sia prima che dopo, almeno fio al 1977, l’anno che dà inizio al cosiddetto “riflusso” degli anni ’80.  E ultimo fra tutti, e pertanto nel 1968 ancora acerbissimo, è il cambiamento della mentalità collettiva nei riguardi della sfera sessuale.  E soprattutto, per quanto riguarda l’omosessualità, siamo ancora all’anno zero: l’ostracismo è generale: da parte della Chiesa, della politica (che sostanzialmente non differiva molto dalle posizioni ecclesiastiche, anche per quei partiti laici o secolari, come il PCI), della magistratura, del cosiddetto “senso comune”.  Gli omosessuali, in questa temperie culturale, si trovavano più o meno come nel medioevo; certo non li si condannava al rogo e non li si imprigionava nei campi di sterminio come alcuni decenni prima, ma era fuor di discussione che ogni argomento a favore della libertà sessuale (e omosessuale) veniva filtrato attraverso le varie lenti ideologiche, tutte a favore di una moralità  sessuale di tipo tradizionale (si ricordi ad esempio come era mal tollerata, all’interno dello stesso PCI, l’unione di fatto, e la stessa omosessualità – ne seppero qualcosa ad esempio Pier Paolo Pasolini, e anche Nilde Jotti per la sua convivenza “illecita” con Togliatti). Sul versante cattolico, tanto per completare il discorso, è emblematica la vicenda di emarginazione di un grande poeta, scrittore e drammaturgo come Giovanni Testori.

L’ipoteca storica dunque condiziona fortemente queste poesie, che non sono comprensibili nel loro significato più profondo se non dentro questa cornice particolarissima (degli anni ’60) anche se in rapida evoluzione.  Questo non è un punto a loro favore, perché se pur dentro una cornice storica, la buona poesia dovrebbe avere anche caratteri metastorici, in una sorta di equilibrio fra tempo dentro la storia e storia che comprende ogni tempo.  Io sarei propenso a ipotizzare perciò, che proprio a causa della rapidità nell’evoluzione intorno al tema, proprio a partire dal 1968, Bellezza abbia lasciato cadere questa silloge, probabilmente considerandola superata e obsoleta per la sua poetica.  O chissà, forse troppo “sincera”, troppo intima, troppo personale, tanto da poterlo troppo esporre alle bigotte doppie malelingue…  Ma mentre scrivo mi sorge anche una domanda alla quale non so dare una risposta: è proprio vero ciò che affermo fra le righe, che oggi l’amore omosessuale sia meno problematico che allora, che abbia perso quella “vergogna del sesso sconclusionato” di cui parla Bellezza?  Non so rispondere e lascio la domanda a chi lo sa.  In tal caso però cadrebbe l’ipoteca storica di cui dicevo, o almeno sarebbe rimandata ad altri tempi.

Ma a distanza di anni tuttavia, l’importanza delle liriche, pur se relativa per gli aspetti ti poeticità (non per tutte le poesie: alcune sono degne, a mio avviso, di essere rivalutate anche per gli aspetti estetici e poetici), si rivela invece importante per gli aspetti di carattere storiografico.  Dalle poesie di Bellezza vien fuori insomma, specie per chi ha vissuto quegli anni, una fotografia, seppure per reazione ma comunque molto nitida, di un particolare modo bigotto di rapportarsi all’omosessualità (o alla sessualità più in generale), in particolare da parte di chi omosessuale lo era e non solo come dato generalizzabile.  Direi che non è un discorso “superato” questo, anzi… Bellezza infatti, più che Pasolini o lo stesso Testori, tanto per fermarci a due autori già chiamati in causa, con molta più forza pone il problema, con accenti radicali ed estremi, che non troveremo neppure nel Pasolini degli anni ’70.  Testori poi, dal canto suo, pone anch’egli con grande forza la tematica, ma però dal di dentro del mondo cattolico e dunque per aspetti diversi da quelli qui considerati (e, anche qui, dopo Testori tutto sembra tacere, mi pare, fino allo sconvolgente Credere di credere scritto di getto e con lucida passione da Gianni Vattimo alla fine degli anni ’90).  Un documento prezioso dunque.  Ma non solo: vi è una straordinaria poesia, quella dedicata al “padre” Pasolini (questa peraltro “sciolta” da quello storicismo di cui dicevo) che per il suo accorato vocare e per l’intensità dell’ispirazione, meriterebbe da sola di essere pubblicata, come perfetto esempio di poesia che pur partendo dal tempo contingente lo supera.

Il carattere di avvenimento dunque, non sta tanto nella particolare bellezza dei versi (che certamente sono molto intensi e di ottima fattura), ma nel particolare travaglio che essi riescono a ricostruire, restituendoci una chiara sensazione della temperie culturale di quegli anni e della profondità del disagio e del travaglio esistenziale di un artista – così irrequieto e sensibile quale Dario Bellezza – uno dei “fari” del secondo novecento.  Il ritratto che ne sortisce è infatti vivido, umanissimo, freschissimo.




Tre testi (da “La vita idiota”)



Ma se anche tu più bello venissi
a me ti vorrei uguale a come eri
se più bello venissi e più leggiadro
uguale ti vorrei a come eri, modesto
negli occhi e con le piaghe sulla
bocca minuta da baciare.
Ma se non vieni né bello né brutto
perché non vieni né bello né brutto? Allora perché
non vieni, non vieni? Come se tu non fossi più, come
se tu non esistessi più,
se non fossi più. Più che morto non sei,
più di morire non si può, ma ancora
non sei morto, no?, e allora perché
non vieni né bello né brutto come sei,
t’accetterei ugualmente anche spento
con gli occhi ciechi, dove sei, perché non vieni?
Sei veramente morto? Perché non vieni, non vieni
Come? Pallido sei? brutto o bello vieni, vieni, basta
Che io non creda che tu non sei. Più.
(1968)



A un poeta

Ora lo so: quel figlio a te non nato,
paradosso, scherzo della natura, ero io;
e tu dunque mi fosti più che fratello, iddio,
ladro di cuori, maestro, mi fosti padre.

La gente non capirà, dirà la solita mania
di esibire il proprio spampanato self
di giovinetto in progress; non mi addolora
tutto ciò, mi esalta, se non fosse l’atroce
sgomento di sapere che neppure tu capirai.
ti spiego. Era il tempo del modello su cui costruirsi
dell’Imitazione; nell’irrealtà in cui vivevo
unica, maledetta realtà eri tu. La spina della carne
la giocai a carte, puntai sulla tua dolce
violenza tutto ciò che avevo, ed eccomi qui
perso ad ogni altro destino che non sia il tuo.
Ma come per ogni altro padre è giusto che il figlio
anche il più amoroso e fedele si ribelli – in una
lunga rivolta che pecca contro la speranza
di essere padre – anzi lo faccia a brani se vuole crescere,
essere padre di sé stesso, una volta per sempre.
così a me si richiedeva la dolorosa prova:
fare scempio del mio amore per te, appena fighc
già degenere figlio, prodigo figlio che non tornerà
mai alla casa del padre.
Ma tu non mi hai voluto. Non ti sei prestato alla manovra.
Come antivedendo tutto, nella tua disperata saggezza.
E dunque ora non ti posso rinnegare.
Rimani a confondere i miei piani.
Eppure miti accostai pallido e vergognoso
come un infante a cui non resta da fare

che prenderlo per mano, ma tu, la tua superbia
mista ad amarezza, assai mesta di tanti
rompiscatole intorno, mi evitasti sia pur
dolcemente come fossi il solito questuante.
non hai capito, o hai finto prudente e misericordioso
e ti ho per questo odiato tanto da non voler essere
veramente quel tuo figlio non nato.
mi hai rinnegato due volte, poeta
dolceardente non fatto per la paternità. Ma io
resto inchiodato alla tua immagine struggente
in un transfert diabolico e patetico della mia ansia
alla tua poesia.
(1963)

Canzoni estenuate che cantavi a sera
prima del mio rincaso
piene di nostalgia per un perduto bene.

***


La vergogna del sesso sconclusionato
che l’eterne piste percorre con il giusto fratello
che s’ubriaca dell’amore per l’originario incesto
non concede tregua al mio purgatorio;
l’angolo della perdizione è un misfatto
che danna ad occhi chiusi, occhi crepati
dalla malinconia dite fanciullo mio
che mi tradisci con gli avvoltoi interi
della Rivoluzione;
consumo fiumi d’inchiostro, aspetto
che il neghittoso e perfido mare bollito in pentola
mi purifichi del tuo petto d’uccellino
la fuga, l’oblio non bastano all’incontro
con il nulla che mi s’aggrappa addosso.

(di Gianmario Lucini su Poiein.it)

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