Morte di Pasolini. Sergio Falcone intervista Dario Bellezza

Come hai ricomposto nel tuo libro certe motivazioni intime, soprattutto il microcosmo della tragedia finale?

“Ho letto gli atti del processo ma, soprattutto, ho analizzato i testi di Pasolini il quale, nella poesia, descrive, neppure sotto metafora, i suoi incontri creaturali coi ragazzi. Nel mio libro, spiego come Pasolini racconta il suo erotismo in versi. Per esempio, ha prefigurato esattamente la propria morte in Divina Mimesis, quando descrive la morte dello scrittore sotto i colpi di mazza. In Disperata vitalità, contenuta in Poesia in forma di rosa, parla di morte per schiacciamento del cuore. Varie immagini, sulla prefigurazione della propria morte, ottenuta in forma violenta. Ora, restituire a Pasolini la sua vera morte (secondo il biografo Bellezza, n.d.a.), significa reintegrare con esattezza l’autore nella sua stessa vita e nell’opera. Poiché, attraverso l’opera s’immagina, appunto, il vero destino, quale poi è stato. Con una sorta di masochismo, Pasolini non si è voluto salvaguardare dalla morte. Era stanco di vivere, ecco tutto. Il mio libro è una lettura dell’ultima ora di Pasolini. Ed anche i critici marxisti, Leonetti, Fortini, Scalia, Spinella, Volponi, non hanno mai idealizzato quella morte. Non hanno trasformato, cioè, un delitto a sfondo omosessuale in un delitto politico. La vita di Pasolini è costellata di questi incidenti. Il tentativo di trasformare l’eros in qualcos’altro, a me pare una mistificazione non da poco”.


Chi desidera la morte, in genere, sceglie di morire in modo diverso. Hemingway scelse bene un fucile contro la faccia. Non hai avuto dei sensi di colpa nel rendere ancora più oscura quella morte?

“Secondo me, era soltanto un delitto omosessuale e, in quanto tale, avvolto nell’ambiguità. Del resto, l’ha pure scritto: ‘L’ambiguità muore quando muore l’ambiguo’. Solo che, nel suo caso, l’ambiguità è sopravvissuta. All’interno del delitto omosessuale, resta la possibilità di un delitto ad opera di ignoti. Cioè, il Pelosi in combutta con altri giovinastri”.


Tuttavia, mi pare che sei propenso ad escludere l’ipotesi del delitto politico di gruppo. Per quale motivo?

“Nella macchina sono state trovate tracce di sangue, un plantare, un maglione che non appartenevano né a Pelosi, né a Pasolini. Conoscevo le abitudini di Pasolini: con me, ne parlava apertamente. Posso dare una spiegazione personale dei fatti e, cioè, che Pier Paolo, nel pomeriggio che precedeva la sera del delitto, avesse dato – com’era sua abitudine – un passaggio in auto per l’autostop ad alcuni giovani dell’EUR. Aveva, quindi, avvicinato altri ragazzi. Forse, c’era stata una colluttazione”.


Ma altri erano i complici, chi avrebbe dovuto “coprire” il Pelosi, secondo i pareri espressi durante il processo di primo grado?

“Forse dei marchettari (giovani mercenari, n.d.a.), oppure dei fascisti… Se fosse stato, però, un delitto politico. Ma, conoscendo il terrorismo rosso e nero ai nostri giorni, si può arguire come dei mandanti politicizzati non avrebbero architettato quella messinscena. Era sufficiente sparare un colpo, a un bersaglio abbastanza facile. Avrebbero dovuto, invece, studiare gli orari, appostarsi alla stazione Termini col Pelosi come ‘specchietto per le allodole’ e, dietro al ‘cliente’, arrivare in gruppo. E’ una interpretazione che non sta in piedi, ma sostenuta da alcuni, come alibi ideologico o moralistico”.


Ritorniamo al giovane Pelosi, nascosto tra le nebbie della stazione Termini, mentre attende il suo “cliente”. Possiamo con questo capire anche il linguaggio che l’individuo scrivente userà nel percorso della sua biografia?

“Nella mia storia, ho creduto di ricostruire nei minimi dettagli il rapporto psicologico tra Pasolini e il ragazzo. La macchina giudiziaria non ha indagato bene su questo lato della vicenda. Trascorre un’ora e venti, dalla loro conoscenza occasionale fino alla morte. Vanno al ristorante Il biondo Tevere, fanno insieme il percorso in macchina. Cioè, parlano. A Pasolini, il giovane Pelosi – che aveva fatto judo e karate e che frequentava le palestre – non interessava solo sessualmente. Arrivo a sostenere che Pasolini ‘sapeva’ che era quello il suo assassino. Al punto da sceglierlo consapevolmente come carnefice”.


Come puoi accreditare questo omicidio, con improbabili motivazioni o risvolti da suicidio, a sentire la tua tesi?

“Pasolini era un regista di cinema. Diceva: ‘Prendo gli attori dalla strada, perché devono rappresentare quel che le loro facce esprimono’. Nessun attore, sosteneva, sa fare il ladro come il ladro preso dalla strada. Studiava la loro faccia. Pasolini aveva ‘scelto’ Pelosi, spinto da uno strano meccanismo di ordine psicologico”.


Quale poteva essere, invece, per il ragazzo, uno dei moventi del delitto?

“Era stato un ladro d’auto. Da due mesi era uscito dal carcere correzionale di Casal del Marmo. Ha ucciso, forse, per rubare l’Alfa metallizzata di Pasolini…”.


(intervista di Sergio Falcone su Art a part of Cult(ure) )

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