Introduzione a Cesare Viviani

Per offrire un rapido compendio della storia della scrittura di Viviani (quasi un quarantennio di poesia, se si parte dai primi testi del ’66, poi riproposti in Summulae) ci si può forse affidare invece ad un’immagine di tipo geologico. Colta nel succedersi delle sue undici raccolte, la poesia di Viviani pare cioè inquadrarsi in un processo assimilabile, almeno sul piano esplicativo, a quello del ciclo delle rocce: dopo una prima fase magmatica, i vari materiali si raffreddano e, per erosione e disgregazione, si sedimentano in strati che, se contengono resti o tracce del passato, ne cancellano però il profilo. Si ha, in altri termini, l’im­pressione di una scansione metamorfica che lentamente aggregando e separando origina nuovi corpi naturali, la cui ar­chitettura si differenzia da quelli originari. Oppure, come in ogni ciclo in cui siano trascorsi i tempi necessari, li riassume, mutati, al suo interno, presentando antiche forme nucleari innestate in nuovi conglomerati.[…]

La fase magmatica con smottamento e compenetrazione di materiali diversi è rappresentata dai libri degli anni Settanta. Ne L’ostrabismo cara (1973) è all’opera un principio che aggre­ga intrusivamente dati eterogenei: latinismi e termini quoti­diani, parole straniere e arcaismi, formule liturgiche e lessemi “specialistici”, moduli di stampo domestico e soluzioni liriche. Il marchingegno del libro non s’esaurisce però nella mescidazione di elementi di varia provenienza; il suo perno funzionale è piuttosto la manipolazione della lingua o, meglio, il suo travia­mento dalle rette vie del vocabolario e della grammatica. Attraverso agglutinazioni, scomposizioni e spostamenti della lettera si tramuta in realtà nuova e originaria la frase fatta, il termine “certo”, la forma di riuso con la conseguente debilita­zione del senso univoco proprio di quest’ultimi a favore dell’autonomia del suono e della pluralità dei significati. […]  Il testo insomma stravolge sia le regole che la prassi sociale del discorso: posizioni ambigue del verbo (ascrivibile a più sog­getti), mancato rispetto delle notazioni temporali, «cancellazio­ne delle giunture sintattico-concettuali» dislocano la lingua della poesia in una zona posta al di fuori dei confini della grammatica. È la regione psichica dell’instabile e precario transito tra infanzia e giovinezza, sondata nel suo volto rapinoso e sfug­gente. […]

Considerato nel suo insieme, questo primo periodo della poesia di Viviani offre al lettore due aspetti unitari di partico­lare rilievo, che si riaffacceranno, in seguito, più volte sulla scena della scrittura. In primo luogo, catene foniche, cesure sintattiche e spostamenti della lettera interagiscono. con un singolare piano narrativo: sia all’interno di ogni singolo libro che nelle loro relazioni si disegna cioè, attraverso una serie di fenomeni di agglutinazione semantica (iterazione di temi e pa­role, affioramento di tracciati simbolici, richiami tra testi anche lontani tra loro), una sorta di «agghiacciante novella», scandita dal ritmo dei mutamenti del «corpo parlante» dell’io. II quale, inseguendo a ritroso la propria origine e da lì pren­dendo slancio per i successivi momenti del suo percorso, fini­sce per allestire uno straniato e anamorfico romanzo di formazione. In secondo luogo, emerge qui una forte fiducia o fede nella poesia. […]

Con L’amore delle parti ( 1981) inizia un lento recupero delle forme e delle norme della lingua: il distacco dal gioco del significante consente una minima restaurazione del senso, per altro costantemente attentata sul piano della testualità. Innesti di brani di discorso diretto dalla oscura provenienza, sequenze narrative che rinviano ad una “storia” che resta implicita, assenza dei nessi di articolazione logico-sintattica, alternarsi di varie modalità del discorso (descrivere, narrare, persuadere, ad esempio, tutte nell’arco di pochi versi) e una continua mi­grazione delle voci e delle persone verbali prendono il posto della manipolazione del lessico e del suo assommarsi di forme. Con alcune importanti conseguenze: l’accantonamento del soggetto come unico principio organizzatore”- origine e termine, ad un tempo – del discorso lirico; è l’incremento del tasso d’ambiguità del testo. Quest’ultimo si realizza nel transito da una difficile e parziale riconoscibilità del lessico ad un polimorfico atteggiarsi della sintassi. Le parole, prima camuffate o stravolte, si presentano ora nella loro veste abituale ed entrano a far parte di frasi che, a breve gittata almeno, hanno un rego­lare profilo; ma sono i rapporti tra frase e frase a non seguire più – per intromissione di tempi piani e prospettive diverse – le regole della continuità suggerite dalla grammatica. […]

Dispiegandosi in un ampio catalogo di figure (archetipiche, I esistenziali, mitologiche) la rnorte e, in genere, la sparizione diventano i temi capitali di Merisi (1986). Le quinte in cui le fi­gure arretrano e svaniscono sono la «foresta», il «vuoto delle corti», il luogo della «festa»: spazi domestici abitati.da forze demoniche («Ci porta nella festa un demone / pronto a levarsi rapido a girare / con voce familiare»), essi impongono inseguimenti, prove e incontri con gli scomparsi e con le loro voci. La mobilità delle personae in fuga e, insieme, del soggetto, ora al­la ricerca d’altri che sono svaniti ora lui stesso da altri pedina­to, è per certi versi la conseguenza di una paradossale idea del tempo che fa qui la sua comparsa. […]  Alla consueta visione lineare del tempo subentra qui un’imma­gine diversa: i tempi non sono disposti come immobili sequen­ze su un asse che, col passare dei giorni, li allontana sempre più da noi, ma sono dimensioni contigue all’oggi, in cui possono, per cortocircuitì visivi o sentimentali, improvvisamente far ritorno o dar segno di sé. […]

Replica ad un enunciato inesistente o tranche narrativa privata dei suoi referenti essenziali, la poesia non fornisce alcuna notizia sui parametri a cui s’affida solitamente la coerenza del discorso (fonte enunciativa, destinatari, contesto o presupposizioni condivise). È questa, insieme alla linearità del linguaggio, la grande novità di Preghiera del nome (1990) una delle raccolte più belle di Vìviani. Semplici e comuni le situazioni rappresentate: «eventi dell’esperienza d’ogni giorno: una visita, una passeggiata, lo sguardo affettuoso o sorpreso su un pae­saggio, un dialogo o un monologo amorosi»: una serie di sce­ne che scistosamente si sfaldano l’una dopo l’altra in piani pa­ralleli. La loro riconoscibilità, resa ancora più agevole dal registro colloquiale della lingua, è però deformata dall’inter­vento di forze oscure, distruttive, non nominabili. Il quotidiano è solcato da una tensione drammatica, da una relazione tragica dì sottomissione e dominio che genera figure di assas­sini e inseguitori, nemici e padroni, voci che avanzano richieste inevase o che pretendono la restituzione di debiti insolvibili. […]

Con L’opera lasciata sola svaniscono anch’essi. Il libro del 1993, uno dei punti di maggiore forza inventiva della poesia dell secondo Novecento, non è una semplice raccolta di versi, ma un organismo compatto, diviso in otto capitoli. Muove dal rac­conto dell’amicizia tra il soggetto  poetante e un «preticello» scomparso. La storia del loro affetto è svolta in sequenze che adottano prospettive e generi discorsivi diversi: il ricordo, in­tramezzato da spunti meditativi, del tempo trascorso assieme e di avventure vissute all’insegna del paradossale magistero del «prevosto», teso ad ingannare in ogni modo «l’ordine delle co­se»; frammenti di dialoghi che risalgono dal passato a testimo­niare una strenua ricerca d’assoluto; e, nell’alternarsi di piani temporali e compositivi, lo straordinario resoconto della finale corsa in ambulanza, su cui s’innesta un’allocuzione ai lettori in forma di memento mori («Sprofonderete. / Dopo sarete una co­sa inerte. Gli altri, / intorno a voi, indaffarati subito / a far spa­rire questo corpo immobile, / in una fossa»); e, ancora, il ritor­no della voce dell’amico dall’aldilà a riafferrare i comuni ricordi o a indicare la «verità» che si scorge nella «distanza vuota, sorda, impenetrata» della morte. Nelle ultime due sezio­ni, a segnalare che «la scena è mutata», “parlano” voci diverse dalle precedenti: una voce anonima che celebra l’assenza del «Grande Amico o Custode», la «Voce del vecchio» che ribadi­sce la radicale inesistenza degli umani («Ecco, non siete […] esistiti») e, infine, dopo uno sgranarsi di discorsi che cadono senza nome nel silenzio, «una Voce narrante» a cui spetta la chiusura del libro. In un cosmo disabitato, dove sprofondano i «flussi vuoti dei cicli», consegna la verità del «Nulla»: un caso puramente accidentale la nostra vita; inutile la parola di fronte ali «invisibile»; troppo umana la figura del Dio che i viventi hanno, a propria consolazione, «cresciuta sul focolare»; e «implacabile la fine». […]  II libro, come si può dedurre anche da questa parziale para­frasi, allinea grandi temi: il vuoto come struttura fondamen­tale dell’esistenza; una riflessione teologica in cui Dio da pre­senza nata con gli umani si tramuta in ente indecifrabile coincidente con un «furioso dispiegamento di mancanze»; il motivo della fedeltà come legame che unisce, nonostante tutto, il qui all’aldilà. […]

La tendenza ad una poesia-pensiero, annunciata nelle ultime pagine de L’opera lasciata sola, è la sigla dominante della successiva scrittura di Viviani. E si sviluppa in una duplice direzione compositiva: raccolte di testi brevi che si presentano come luminose schegge meditative e impaginazione poematica del discorso poetico. La seconda è testimoniata Silenzio dell’universo (2000); la prospettiva adottata qui, ormai del tutto esterna ai viluppi sentimentali o patemici dell’umano e ai contenuti finiti dell’esistenza e del soggetto, muove verso la coincidenza tra parola poetica e parola dell’essere e della Verità, È quanto emerge sia dal tono perentorio, fondato sulle modalità, ancipiti ma solidali, dell’asseverazione e della nega­zione (con forti contiguità con la poesia di Luzi e con formule salmodianti di stampo medievale) sia dalla partitura tematica, incentrata su figure che sono essenze prima che personae: la creatura e il Creatore, il cuore e l’Amore. […]

All’orizzonte della distanza, in cui lo sguardo s’affissa su un’eternità percepita «come respiro del nulla, o come consultazione del rumore del tempo», appartengono anche le altre due raccolte, di testi brevi e riflessivi, di questa fase – netta e marmorea – della poesia di Viviani: Una comunità degli animi (1997) e Passanti (2002). Il libro del ’97 inscena una lotta tra due principi: la «mente», l’indifferente e imperscrutabile ritmo della materia e della natura che annulla il lavorio dell’esistenza, e l’«animo», all’origine dell’eroica aspirazione degli uomini ad un senso. […]  Un’iridescente movimentazione del discorso, singolarmente controbilanciata da una figurazione bianca, fissa e levigata della lingua, si ritrova in Passanti, II fuggevole destino degli umani viene sondato in contrappunto al tempo, «schermo vuo­to, trasparente, / dove i cambiamenti non lasciano segni, trac­ce» mentre il soggetto si ritrae di fronte ad una natura irrimediabilmente “autonoma” ed estranea: «Vivono per me la vita la sorgente / e l’ombra della montagna che la nasconde». Ma il libro può anche essere letto come una glossa o commen­to teso a chiarire motivi la cui interna articolazione era in pre­cedenza oscurata dal particolare configurarsi della scrittura. Così l’immagine non lineare della vita, incontrata più volte in passato, si presenta ora in maniera esplicita e netta. […]

(da Enrico Testa, Introduzione a Cesare Viviani. Poesie 1967 – 2002, Mondadori 2003, pp.V-XXI)

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